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La Chiesa copta ortodossa è monofisita? (2) PDF Stampa
Venerdì 30 Settembre 2011 15:08

È impossibile citare tutti i testi della liturgia, dei patriarchi e dei teologi copti che provano come, in realtà, la Chiesa copta professi la stessa fede delle Chiese calcedonesi. Gesù Cristo, il Verbo di Dio incarnato, è consustanziale al Padre e consustanziale all’uomo, perfettamente uomo e perfettamente Dio, in una perfetta unione senza confusione. La liturgia di san Basilio lo proclama solennemente nella confessione preparatoria alla comunione: «Io credo, io credo, io credo e proclamerò fino all’ultimo respiro che questo è il Corpo vivificante che il tuo unico Figlio, nostro Signore, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo ha preso dalla nostra Signore e Regina, la santa e pura Maria, Madre di Dio. Egli l’ha unito alla propria divinità senza commistione, senza mescolanza e senza cambiamento. Egli l’ha proclamato pubblicamente davanti a Ponzio Pilato. Egli ha sacrificato per propria volontà questo Corpo per noi tutti sulla santa Croce. In verità, io credo che la sua divinità non si è mai separata dalla sua umanità nemmeno per lo spazio di un attimo o di un battito di ciglio»Il sacro messale, pp. 75-76. Il lettore troverà la redazione greca dell’anafora alessandrina di san Baislio – testo arricchito da una breve analisi – in: C. GIRAUDIO, Eucaristia per la Chiesa. Prospettive teologiche sull’eucaristia a partire dalla «lex orandi». Editrice Pontificia Università Gregoriana-Morcelliana, Roma-Brescia, 1989, pp. 430-443 (Aloisiana 22). Ricordiamo che l’anafora copta di san Basilio e quella greca non differiscono che in minima parte (n.e..i.). Quest’ultima immagine, di grande forza, è stata ripresa nella dichiarazione dogmatica comune approvata dai papi Shenuda III di Alessandria e Paolo VI di Roma nel loro incontro fraterno del 10 maggio 1973: «Ci siamo incontrati nel desiderio di approfondire le relazioni tra le nostre Chiese e per trovare strade concrete per superare gli ostacoli nel cammino della nostra reale cooperazione nel servizio di nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ha dato il ministero della riconciliazione, al fine di riconciliare il mondo con Lui (2 Cor., 18-20). In linea con le nostre tradizioni apostoliche trasmesse alle nostre Chiese ed in esse conservate ed in conformità con i primi tre concilii ecumenici, confessiamo un’unica fede in un solo Dio, Uno e Trino, divinità dell’Unico Figlio Incarnato di Dio, la Seconda Persona della Santissima Trinità, la Parola di Dio, il fulgore della Sua gloria e l’immagine manifesta della Sua sostanza, che per noi si incarnò assumendo per Se stesso un corpo reale con un’anima razionale e che condivise con noi la nostra umanità, ma senza peccato. Confessiamo che nostro Signore, Dio, Salvatore e Re di tutti noi, Gesù Cristo, è Dio perfetto riguardo alla Sua Divinità, e perfetto uomo riguardo alla Sua umanità. In Lui la Sua divinità è unita alla Sua umanità in una reale, perfetta unione senza mescolanza, senza commistione, senza confusione, senza alterazione, senza divisione, senza separazione. La Sua divinità non si separò dalla Sua umanità neanche per un solo istante, neanche per il tempo di un batter d’occhio. Egli, che è Dio eterno ed invisibile, divenne visibile nella carne e prese su di sé la forma di un servo. In Lui sono conservate tutte le proprietà della divinità e tutte le proprietà dell’umanità, insieme fuse in un’unione reale, perfetta, indivisibile ed inseparabile»Il testo originale inglese della citata dichiarazione (con a fianco la traduzione italiana) è reperibile in: Enchiridion vaticanum. IV: Documenti ufficiali della Santa Sede 1971-1973, EDB, Bologna 1985, pp. 1614-1619. Nel contro dell’incontro tra il papa di Roma e quello di Alessandria si decise di creare una commissione mista internazionale di dialogo tra le due Chiese […]. Testo capitale che bisognava citare, perché respinge contemporaneamente il nestorianesimo (separazione dell’umanità e della divinità in Cristo) e il monofisismo reale eutichiano (commistione di umanità e divinità di Cristo). E’ soprattutto per una ragione terminologica – lo si è visto: l’impiego della parola physis per designare la doppia «natura» umana e divina di Cristo – che la Chiesa di Alessandria ha rifiutato la definizione di Calcedonia, che le sembrava contraddire la formula di san Cirillo: «Una sola physis (unità d’essere – persona) del Verbo incarnato». Recentemente, nel giugno 1989, nell’ambito della seconda riunione plenaria della Commissione mista di dialogo teologico tra la Chiesa ortodossa e le Chiese non-calcedonesi, tenutasi nel monastero di Amba Bishoy (Wādī el-Natrūn), il papa Shenuda III ha spiegato in termini particolarmente chiari e semplici la posizione della sua Chiesa: «Il termine “monofisita” è una falsa interpretazione che ha causato molte difficoltà per generazioni. Noi crediamo in nostro Signore Dio e Salvatore Gesù Cristo, perfetto nella divinità e perfetto nell’umanità. Egli ha riunito la sua divinità e la sua umanità in un tutto senza confusione, né alterazione, né separazione; non parliamo di due nature (physis) dopo questa unione misteriosa di nostro Signore. Da sempre le nostre Chiese credono nella divinità e nell’umanità di nostro Signore. Lo si vede, ad esempio, quando affermiamo che sant’Atanasio di Alessandria è stato il campione della fede per aver difeso la divinità di nostro Signore contro l’arianesimo; e quando, nel contempo, aggiungiamo che gli ha chiaramente spiegato l’umanità di nostro Signore nella sua celebre opera L’incarnazione del Verbo. Questo Padre della Chiesa, in tal modo, ha parlato sia della divinità che dell’umanità del Signore. Quando parliamo di una natura (physis), non intendiamo la sola divinità, né tanto meno la sola umanità. Quando parliamo della sua unica natura (monē physis), nella nostra mente ciò significa la natura (nota dell’autore: “unità d’essere, persona”) del Logos incarnato. Come affermava il nostro Padre comune san Cirillo di Alessandria: Mia physis tou Theou Logou sesarkōmenē. Sosteniamo che nell’uomo, in ogni uomo, ci sono due nature unite insieme in una sola natura, spirito e carne. Ma quando parliamo di due nature degli esseri umani, non intendiamo solo lo spirito o solo la carne, intendiamo la natura umanaTroviamo gli stessi concetti in una pagina del libro del papa Shenuda tradotta in italiano nel 1993 – la stampa è dell’Opera don Calabria di Roma -, dal titolo “La natura di Cristo”: «Noi ci domandiamo stupiti: quale delle due nature ha rinnegato la Chiesa di Alessandria? La natura divina? Sicuramente no, perché la nostra Chiesa, fra tutte, fu la più zelante contro l’eresia di Ario nel concilio di Nicea […] Si tratta forse della natura umana del Signore che la Chiesa di Alessandria ha negato? S. Atanasio di Alessandria risolse questo punto compiutamente nel suo libro “L’incarnazione del Verbo”. L’affermazione “una natura” non indica solo la natura divina, né soltanto la natura umana, bensì indica l’unità di quelle due nature in una sola natura che è la natura del Verbo incarnato! Esattamente come quando noi parliamo della nostra natura umana, che comprende l’unità di due nature (l’anima e il corpo): la natura dell’uomo non è solo la sua anima né soltanto il suo corpo. Ma la loro unità, congiunta insieme in una sola natura, viene chiamata natura umana» (p. 11) (n.e.i.). Anatematizziamo la dottrina e gli insegnamenti tanto di Nestorio quanto di Eutiche. Se crediamo che nostro Signore è perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, ciò significa che crediamo in lui quale Dio Uomo, o Dio manifestato nella carne, come è scritto nella Prima lettera di san Paolo a Timoteo, capitolo 3, 16».

La seconda riunione plenaria della commissione mista di dialogo teologico tra la Chiesa ortodossa e le Chiese orientali non-calcedonesi – che è stata l’occasione per il pronunciamento appena citato di papa Shenuda – approvava, al termine dei lavori, una Dichiarazione di accordo, da cui stralciamo un passo basilare: «Questa stessa ipostasi della Seconda Persona della Trinità, generata da tutta l’eternità dal Padre, in questi ultimi giorni è divenuta un essere umano e nacque dalla beata Vergine santa. In questo consiste il mistero dell’unione ipostatica che noi confessiamo in un’umile adorazione – l’unione reale del divino con l’umano, con tutti i tratti propri e tutte le funzioni della divina natura increata, ivi compresa la volontà naturale e l’energia naturale. Unite inseparabilmente e senza confusione alla natura umana creata con tutti i suoi tratti propri e tutte le sue funzioni, anche la volontà naturale e l’energia naturale. Il Logos incarnato è il soggetto di ogni “volere” e di ogni azione di Gesù Cristo»Cf. Il Regno/Documenti, n. 626, 1 novembre 1989 [XXXIV], p. 628 (n.e.i.). La rivista Irénikon (n. 2, 1989 [LXII], p. 217) giudicò tale scritto «uno dei più completi e precisi che sia stato firmato in simili contesti. Esso segna un progresso decisivo, menzionando non solo le “proprietà” o i “tratti propri” (idiotētai) e “funzioni” (leitourghiai), ma anche e soprattutto la volontà naturale e l’energia naturale dell’umanità a fianco della volontà ed energia naturali della divinità».

Il grado raggiunto di intesa tra le due famiglie ortodosse di Chiese si è manifestato in tutta la sua profondità nel corso della terza riunione plenaria della stessa Commissione mista, tenutasi, questa volta, a Chambésy (Ginevra), presso il Centro del Patriarcato di Costantinopoli, dal 23 al 28 settembre 1990. La Commissione, presieduta dal metropolita Damaskinos di Svizzera (per le Chiese ortodosse bizantine) e dal metropolita Bishoy di Damietta, segretario del Santo Sinodo della Chiesa copta (per le Chiese ortodosse non-calcedonesi), ha sottoscritto un accordo cristologico che evidenzia la piena unità di fede tra i due gruppi di Chiese e getta le basi per il superamento della secolare divisione. Data l’importanza di tale Dichiarazione – alla cui stesura o discussione hanno partecipato, per parte copta, oltre al metropolita Bishoy di Damietta, il vescovo Serapione, il padre Tadros Y. Malaty e il dott. Joseph Moris Faltas – ne riportiamo per esteso i punti salienti:

«1. Entrambe le famiglie concordano nel condannare l'eresia di Eutiche Entrambe le famiglie professano che il Logos, seconda Persona della Santa Trinità, unigenito del Padre prima di tutti i secoli e a Lui consustanziale, si è incarnato ed è nato dalla Vergine Maria, Madre di Dio (Theotokos); pienamente consustanziale a noi, pienamente uomo dotato di anima, corpo e ragione (nous) [...].

2. Entrambe le famiglie condannano l'eresia nestoriana […] Esse concordano nel sostenere che non è sufficiente affermare che Cristo è consustanziale sia con il Padre sia con noi, Dio per natura e Uomo per natura; è necessario affermare anche che il Logos, che è Dio per natura, divenne per natura Uomo, mediante la sua incarnazione nella pienezza dei tempi.

3. Entrambe le famiglie riconoscono concordemente che l’Ipostasi del Logos divenne composta (synthetos) grazie all’unione della sua natura divina increata (con la sua propria naturale volontà ed energia), che ha in comune con il Padre e lo Spirito Santo, con la natura umana creata, che ha assunto al momento dell’incarnazione e ha fatto propria (con la sua propria naturale volontà ed energia).

4. Entrambe le famiglie riconoscono concordemente che le nature, con le loro proprie energie e volontà, sono unite ipostaticamente e naturalmente, senza confusione, senza mutazione, senza separazione e senza divisione, e che esse sono distinte soltanto nel pensiero (tē theōria monē) [...]

7. La Chiesa ortodossa è d'accordo che le Chiese orientali ortodosse continuino a mantenere la propria terminologia tradizionale cirilliana di unica natura del Logos incarnato (Mia physis tou Theou Logou sesarkōmenē), poiché esse riconoscono la doppia consustanzialità del Logos negata da Eutiche. Anche la Chiesa ortodossa usa questa terminologia. Gli ortodossi orientali riconoscono giustificato l'uso che gli ortodossi fanno della formula delle due nature, poiché questi riconoscono che la distinzione è soltanto nel pensiero (tē theōria monē) [...]

9. Alla luce della nostra Dichiarazione di accordo sulla cristologia e delle osservazioni comuni di cui sopra, abbiamo ora compreso chiaramente che entrambe le famiglie hanno sempre mantenuto fedelmente la stessa e autentica fede cristologica ortodossa e l'ininterrotta continuità della tradizione apostolica, benché possano aver usato termini cristologici in modi differenti. Sono questa comune fede e fedeltà continua alla tradizione apostolica che possono costituire le basi della nostra unità e comunione»Il testo italiano è apparso ne Il Regno/Documenti, n. 654, 1 febbraio 1991 [XXXVI], pp. 105-108; esso riprende l’originale francese, riportato in Episkepsis, n .446, 1 octobre 1990 [XXI], pp. 17-22). La Dichiarazione si chiude con tutta una serie di proposte concrete che dovrebbero facilitare la ricomposizione dell’unità tra ortodossi bizantini e pre-calcedonesi (per es.: scambi di visite tra i rispettivi Primati, professori e studenti di teologia; scambi di visite tra i fedeli, specie nei giorni di festa, con partecipazione ai rispettivi culti eucaristici; pubblicazioni di ordine storico e teologico realizzate in comune; mutuo riconoscimento del battesimo…). Una concretizzazione di tali “raccomandazioni” si è prodotta l’anno successivo all’accordo: dal 20 al 26 maggio 1991, nel monastero copto di Amba Bishoy in Egitto, si è svolta la prima consultazione tra Syndesmos, federazione mondiale della gioventù ortodossa, e i rappresentanti dei movimenti giovanili delle Chiese ortodosse non-calcedonesi. Fine assegnato all’incontro: «Conoscersi meglio, imparare ad amarsi e a testimoniare la fede comune». Una breve cronaca di quei colloqui – che hanno visto la presenza anche del metropolita George Khodr, vescovo ortodosso del Monte Libano, e del vescovo Moussa, responsabile della pastorale giovanile delle Chiesa copta – si può leggere in Service Orthodoxe de presse, n. 159, juin 1991, pp. 8-9. Quanto allo scambio di visite tra i Primati delle due famiglie di Chiese, segnaliamo, in particolare, l’incontro che Bartolomeo I ha avuto al Cairo con il papa copto Shenuda III, in occasione di un viaggio che ha portato il patriarca ecumenico, dal 24 aprile al 5 maggio 1993, in Egitto, Siria e Libano; nel corso di quell’incontro veniva riaffermata la volontà di entrambe le Chiese di rendere una comune testimonianza di fede e rimuovere tutti gli ostacoli creati da secoli di divisione (cf. il quindicinale ateniese Ἐκκλησιαστικὴ Ἀλἠθεια del 16/06/1993, p.5). Tale volontà si è ulteriormente concretizzata nella quarta riunione plenaria della Commisione mista di dialogo tra le due famiglie di Chiese, tenutasi sempre a Chambésy (Ginevra), dal 1 al 6 novembre 1993 […].

Tratto da Christian Cannuyer, I Copti, Libreria Editrice Vaticana, pp. 74-80

 
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