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La Chiesa copta ortodossa è monofisita? (1) PDF Stampa
Venerdì 30 Settembre 2011 15:03

Fino al 451 la Chiesa Universale si componeva essenzialmente di cinque grandi Chiese Madri: Gerusalemme, Alessandria, Roma, Antiochia e, dalla fine del IV sec., Costantinopoli (Bisanzio). Al concilio di Calcedonia (451 d.C.), un conflitto di natura politico-religiosa accompagnato da dispute teologiche e incomprensioni di terminologia oppose la Chiesa di Alessandria a quelle di Roma e di Bisanzio. Volendo scrollarsi il giogo bizantino e rifiutando allo stesso tempo che la Chiesa di Roma si attribuisse la supremazia sul resto della cristianità, la Chiesa di Alessandria rifiutò gli “accordi” politici romano-bizantini e le loro conclusioni teologiche.

L’aspetto religioso del conflitto si cristallizzò su di una definizione cristologica:

- durante il Concilio, Roma e Bisanzio definirono il Cristo come avente due nature: quella divina e quella umana, riunite in una sola persona;

- la Chiesa di Alessandria rifiutò questa definizione ed insistette sull’unità del Cristo seguendo la formula di S.Cirillo d’Alessandria; quindi essa proclamò che il Cristo non ha che una sola natura e che essa è allo stesso tempo pienamente divina e umana, “senza mescolamento e senza confusione”. I Copti definiscono “natura” ciò che le Chiese romana e bizantina chiamano “persona”.

Inoltre le due Chiese “occidentali” iniziavano piano piano a non occuparsi solamente di temi ecclesiastico-filosofici e della guida spirituale dei fedeli, ma si dedicavano sempre di più ad affari di stato e alla politica, cosa che non corrispondeva affatto, secondo gli “orientali”, alla missione affidata da Cristo agli apostoli.

La conseguenza di tutte queste differenze, dissidi e anche sospetti, fu la separazione, o scisma, delle Chiese di Alessandria, apostolica Armena, ortodossa di Siria, ortodossa d’Etiopia e ortodossa d’India da Bisanzio e Roma. In seguito a ciò, le suddette Chiese sono anche conosciute come “Chiese ortodosse precalcedonesi” o “Chiese dei tre concili”. Ad esse va aggiunta la Chiesa ortodossa d’Eritrea, istituita da S.S. Papa Shenouda III nel 1994.

La Chiesa copta ortodossa di Alessandria, unitamente alle altre Chiese “precalcedonesi”, professa la dottrina di S.Cirillo d’Alessandria “una sola natura incarnata di Dio il Verbo” approvata durante il terzo concilio ecumenico di Efeso (431), che significa che il Logos è carne. “E il Verbo si è fatto carne e ha abitato tra noi” (Giov. 1,14).

I Copti non hanno mai accettato la definizione calcedonese “delle due nature in Cristo” considerandola in contrasto con la professione di fede del concilio di Efeso nella quale si era definita “un’unione perfetta della divinità e dell’umanità di Cristo”; la divinità di Cristo e la sua umanità dimorano in lui in un’unità perfetta formando una natura unita, un’essenza, una sostanza ed un’esistenza indissolubile. Questa natura unica non è la divinità sola, né l’umanità sola, ma la natura del Verbo (logos) incarnato. La Chiesa copta ortodossa crede che mai, nemmeno per un momento, la natura umana del Signore sia esistita separata dalla sua natura divina. La separazione tra l’umanità e la divinità di Cristo è contro la teologia della Redenzione esigendo la deificazione della sua natura di uomo.

Le conseguenze di questa separazione, avvenuta nel V sec., furono molto gravi per la Chiesa universale e per la Chiesa d’Egitto. Infatti, a partire da Calcedonia, i Copti conobbero, in relazione al mondo occidentale, un isolamento che sarebbe durato praticamente fino all’epoca contemporanea; essi subirono inoltre numerose persecuzioni da parte dei Bizantini.

Il termine “monofisismo”

La sua affermazione di una fede in una sola natura del Cristo le valse ad essere classificata come una Chiesa “monofisita”; ma questo termine ricopre in occidente un significato del tutto diverso: esso significa la negazione dell’umanità o della divinità di Gesù. Per quindici secoli gli storici e i teologi occidentali hanno dunque affermato che la Chiesa copta “monofisita” negasse l’umanità del Figlio di Dio; i Copti venivano considerati eretici dall’occidente cattolico. Tuttavia, la fede nell’incarnazione è costantemente affermata e attestata nella Chiesa d’Egitto, così come nei testi liturgici, nell’insegnamento dei padri e nell’uso del Credo, comune alle Chiese d’oriente e d’occidente, che è il Credo di Nicea e Costantinopoli.

La tradizione iconografica costituisce un’altra prova, qualora fosse necessaria, dell’Ortodossia della fede dei Copti nell’incarnazione. Si è perfino colpiti, nello studiare la spiritualità copta, di vedere a qual punto essa è “incarnata”; è sufficiente per convincersene, leggere alcune opere contemporanee, come gli scritti di S.S. Papa Shenouda III o del Padre Tadros Malaty. D’altronde sarebbe quanto meno sorprendente che la Chiesa che ha formato un S.Atanasio, campione dell’ortodossia e autore di un’opera fondamentale intitolata “L’incarnazione”, abbia potuto in pochi decenni deviare verso un’eresia che nega un mistero così fondamentale quale è quello dell’Incarnazione divina.

Dopo il disaccordo sulla supremazia della Chiesa di Roma e il fraintendimento sulla natura del Cristo, la rottura tra, da una parte, le Chiese romana e bizantina con le loro comunità occidentali e, dall’altra, le Chiese d’Egitto e d’Antiochia con le comunità armene, etiopi e dell’India, dà origine ad uno scisma in cui ciascuna parte nega di essere scismatica.

La Chiesa copta, per insistere sull’autenticità della sua fede, prese il titolo di Chiesa “ortodossa” conservando allo stesso tempo la proclamazione preziosa della sua universalità espressa con il termine “catholicon” (cattolico) che figura in tutti i suoi atti liturgici in lingua copta.

Oggi, dopo quindici secoli, S.S. il Papa di Roma Paolo VI e S.S. Shenouda III, Papa di Alessandria, hanno riconosciuto l’identità della loro fede nel mistero del Verbo incarnato, espressa con i termini del Concilio di Nicea, in una dichiarazione comune datata dal Vaticano il 10 maggio 1973 (segue testo integrale).

Oggi

Gli ultimi quarant’anni sono stati segnati da un’intensa e dinamica attività ecumenica. Questa politica di apertura, iniziata dal Papa Cirillo VI e continuata e intensificata dall’attuale Papa Shenouda III, ha portato a un notevole miglioramento delle relazioni, alla comprensione e all’avvicinamento tra le varie Chiese. Sono state stilate delle dichiarazioni comuni con la Chiesa anglicana (1988), con le Chiese ortodosse calcedonesi (1987, 1989, 1990) con la Chiesa cattolica (1973, 1988, 1990), con la Chiesa evangelica tedesca (1988) e con la Chiesa protestante olandese (1992).

Di spirito ecumenico, S.S. Shenouda III è stato, nei tempi moderni, il primo Patriarca di Alessandria a far visita al Papa di Roma, S.S. Paolo VI, come pure ai principali capi delle Chiese ortodosse. La dichiarazione comune firmata nel 1973 da S.S. Paolo VI e da S.S. Shenouda III in Vaticano è stato un grande progresso verso l’unità. Questa dichiarazione è stata riconfermata nel 1979 da S.S. Giovanni Paolo II.


 

Dichiarazione comune di S.S. Paolo VI e S.S Shenouda II

 

S.S. Shenuda III e S.S. Paolo VI nel 1973 nella Basilica di San Pietro a Roma

Paolo VI, Vescovo di Roma e Papa della Chiesa Cattolica, e Shenouda III, Papa di Alessandria e Patriarca della Sede di SanMarco, rendono grazie nello Spirito Santo a Dio per aver concesso, dopo il grande evento del ritorno delle reliquie di SanMarco in Egitto, un ulteriore sviluppo delle relazioni tra le Chiese di Roma e di Alessandria, cosicchè ora essi hanno potuto incontrarsi. Al termine dei loro incontri e dei loro colloquidesiderano dichiarare insieme quanto segue:

“Ci siamo incontrati nel desiderio di approfondire le relazioni tra le nostre Chiese e per trovare strade concrete per superare gli ostacoli nel cammino della nostra reale cooperazione nel servizio di nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ha dato il ministero della riconciliazione, al fine di riconciliare il mondo con Lui (2 Cor., 18-20). In linea con le nostre tradizioni apostoliche trasmesse alle nostre Chiese ed in esse conservate ed in conformità con i primi tre concilii ecumenici, confessiamo un’unica fede in un solo Dio, Uno e Trino, divinità dell’Unico Figlio Incarnato di Dio, la Seconda Persona della Santissima Trinità, la Parola di Dio, il fulgore della Sua gloria e l’immagine manifesta della Sua sostanza, che per noi si incarnò assumendo per Se stesso un corpo reale con un’anima razionale e che condivise con noi la nostra umanità, ma senza peccato. Confessiamo che nostro Signore, Dio, Salvatore e Re di tutti noi, Gesù Cristo, è Dio perfetto riguardo alla Sua Divinità, e perfetto uomo riguardo alla Sua umanità. In Lui la Sua divinità è unita alla Sua umanità in una reale, perfetta unione senza mescolanza, senza commistione, senza confusione, senza alterazione, senza divisione, senza separazione. La Sua divinità non si separò dalla Sua umanità neanche per un solo istante, neanche per il tempo di un batter d’occhio. Egli, che è Dio eterno ed invisibile, divenne visibile nella carne e prese su di sé la forma di un servo. In Lui sono conservate tutte le proprietà della divinità e tutte le proprietà dell’umanità, insieme fuse in un’unione reale, perfetta, indivisibile ed inseparabile.

La vita divina ci viene data ed alimentata attraverso i sette sacramenti di Cristo nella Sua Chiesa: Battesimo, Cresima (Confermazione), Santa Eucaristia, Penitenza, Unzione degli Infermi, Matrimonio e Ordini Sacri. Noi veneriamo la Vergine Maria, Madre della Vera Luce, e confessiamo che Ella, sempre Vergine, è la genitrice di Dio. Ella intercede per noi e, come la “Theotokos”, eccelle nella Sua dignità fra le moltitudini degli angeli. Noi abbiamo, in ampia misura, la medesima concezione della Chiesa, fondata sugli Apostoli e nell’importante ruolo dei concilii ecumenici e locali. La nostra spiritualità è espressa adeguatamente e profondamente nei nostri riti e nella Liturgia della Messa, che comprende il centro della nostra preghiera pubblica ed il culmine della nostra incorporazione in Cristo nella Sua Chiesa. Noi osserviamo i digiuni e le feste della nostra fede. Veneriamo le reliquie dei santi e chiediamo l’intercessione degli angeli e dei santi, quelli viventi e quelli già defunti. Questi compongono una schiera di testimoni nella Chiesa. Con essi noi attendiamo, nella speranza, la Seconda Venuta di nostro Signore allorquando la Sua gloria si rivelerà per giudicare i vivi e i morti.

Umilmente riconosciamo che le nostre Chiese non sono in grado di rendere una testimonianza più perfetta a questa nuova vita in Cristo a causa delle divisioni esistenti, che hanno dietro di sè secoli di storia difficile. Infatti, a partire dall’anno 451 dopo Cristo, si sono manifestate differenze teologiche alimentate ed accentuate da fattori di carattere non teologico. Tali differenze non possono essere ignorate. Tuttavia, nonostante siffatte differenze, ci stiamo riscoprendo come Chiese che hanno un’eredità comune e stiamo cercando, con decisione e con fiducia nel Signore, di raggiungere la pienezza e la perfezione di quell’unità che è il Suo dono. Come un contributo al perseguimento di questo scopo, istituiamo una commissione congiunta, che rappresenta le nostre Chiese e che ha la funzione di guidare lo studio comune nei campi della tradizione della Chiesa, della Patristica, della liturgia, della teologia, della storia e dei problemi pratici; in modo che attraverso la cooperazione si possa cercare di risolvere, in uno spirito di reciproco rispetto, le differenze esistenti tra le nostre Chiese e si riesca a proclamare insieme il Vangelo in modo confacente al messaggio autentico del Signore e alle esigenze ed alle speranze del mondo contemporaneo. Allo stesso tempo, esprimiamo la nostra gratitudine ed il nostro incoraggiamento agli altri gruppi di studiosi e di pastori

Cattolici ed Ortodossi che dedicano i loro sforzi ad attività comuni in questi settori ed in altri ad essi collegati. Con sincerità e con insistenza ricordiamo che la vera carità, fondata sulla completa fedeltà all’unico Signore Gesù Cristo e sul reciproco rispetto per le tradizioni di ciascuno, è un elemento essenziale di questa ricerca della perfetta comunione. Nel nome di questa carità, respingiamo tutte le forme di proselitismo, inteso nel senso di azioni medianti le quali alcune persone cercano di disturbare le altre comunità al fine di reclutare nuovi membri da esse servendosi di metodi o assumendo atteggiamenti che sono in antitesi con le esigenze dell’amore cristiano o con ciò che dovrebbe caratterizzare le relazioni fra le Chiese. Abbandoniamo questi sistemi, laddove essi esistono. Cattolici ed Ortodossi devono sforzarsi di approfondire la carità e di sviluppare le consultazioni reciproche, la riflessione e la cooperazione nei campi sociale ed intellettuale, e debbono umiliarsi davanti a Dio, supplicandoLo affinchè, come ha cominciato la Sua opera in noi, così la porti a compimento.

Mentre ci rallegriamo nel Signore che ci ha concesso le benedizioni di questo incontro, il nostro pensiero va alle migliaia di palestinesi sofferenti e senza dimora. Deploriamo gli abusi di argomenti religiosi per scopi politici in questo campo. Desideriamo ardentemente e cerchiamo una giusta soluzione per la crisi in Medio Oriente affinchè prevalga la vera pace nelle giustizia, in modo particolare in quella terra che fu santificata dalla predicazione, dalla morte e dalla risurrezione del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo e dalla vita della Beata Vergine Maria, che insieme veneriamo come la “Theotokos”.

Possa Iddio, donatore di ogni nostro bene, ascoltare le nostre preghiere e benedire i nostri sforzi.”

In Vaticano, li 10 Maggio 1973

tratto da Cenni storici sulla Chiesa Copta Ortodossa di Alessandria a cura di A. Balbis

 
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