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Patriarcato Copto Ortodosso - Diocesi di San Giorgio Roma
I talenti (di S.S. Shenuda III) PDF Stampa
Giovedì 11 Marzo 2010 15:46

I talenti

di Sua Santità Shenuda III



Mi trovavo al funerale di un sacerdote quando fu letta la parabola sui talenti (Mt 25): a uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno. A chi li impiegò guadagnando il Signore disse: «Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone».
Oggi guardiamo al talento come a un dono di Dio e ognuno di noi ha ricevuto diversi talenti: ragione, coscienza, sensi, cuore. Talvolta il talento della leadership. Ognuno di noi è chiamato a curare i talenti datigli da Dio.

La ragione

Dio ti ha dato una ragione perciò non puoi trascurarla. La ragione serve a pensare, capire, dedurre, memorizzare e ha anche altre funzioni. Devi curare tutto ciò che Dio ti ha dato. Devi rafforzare la ragione, farla sviluppare. Devi curare l'uso della ragione perché ci sono persone che hanno una ragione ma non la usano. A essi si dice "fai funzionare il cervello" e la risposta è come se fosse "non ci riesco" o "non voglio". Simili persone hanno interrato il loro talento!

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Je nai nan (Abbi compassione di noi) in copto e arabo PDF Stampa
Domenica 18 Settembre 2011 21:58

 
Mons. Barnaba incontra Card. Nosiglia e Piero Fassino a Torino PDF Stampa
Mercoledì 30 Novembre 2011 18:03

Mons. Barnaba, Padre Angelos e una delegazione di copti ortodossi di Torino hanno incontrato il vescovo di Torino Card. Nosiglia (28 novembre 2011) e il sindaco di Torino Piero Fassino (29 novembre 2011). Durante gli incontri si è discussa la possibilità di trovare una chiesa adatta alle esigenze dell'accresciuta comunità copta ortodossa di Torino.

 
La parabola del seminatore (Mt 13,1-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15) PDF Stampa
Scritto da padre Danyal El Bakhoumy   
Venerdì 18 Novembre 2011 18:32

omelia dello ieromonaco Danyal El Bakhoumi
13 novembre 2011


Questa domenica (13 novembre) e la prossima (20 novembre) la chiesa ci fa incontrare il seminatore. Abbiamo avuto la grazia di porgli qualche domanda.

Noi: Dove vai seminatore?

Seminatore: Vado a seminare la mia terra che ha prodotto spine e cardi (Gen 3,18). Vado a rinnovare la mia creazione che si è corrotta.

N: Cosa intendi per “uscire” (“Il seminatore uscì a seminare”, Mt 13,3)?

S: Io sono uscito dal Padre (Gv 28,16). Il mio uscire significa incarnazione; è come l’uscire dei raggi dal sole. Il mio uscire è come l’uscire del padre nella parabola del figlio prodigo per riaccoglierlo di nuovo nella sua casa. Forse la parola “uscita” dovrebbe farvi ricordare anche l’esodo (che in greco vuol dire uscita) e la salvezza degli israeliti dalla terra della schiavitù.

N: Perché non hai mandato un operaio o un tuo servo?

S: È necessario che sia io stesso a uscire. Nella Liturgia di San Gregorio pregate e dite “Non a un angelo, né a un arcangelo, né a un patriarca, né a un profeta hai affidato la nostra salvezza, ma Tu stesso, senza cambiamento, prendesti carne e ti facesti uomo e ci hai rassomigliato in ogni cosa tranne che nel solo peccato”. Io, il Creatore, sono legato alla mia creazione. Io, il Vignaiolo, sono legato alla mia vigna.

N: Che cosa porti?

S: Io, il seminatore, porto con me i semi divini per piantarli nella mia terra (1Gv 3,9). Con me porto la mia giustizia, il mio bene, la mia sapienza, la mia natura, il mio regno, la mia vita, il mio spirito, la mia grazia, il mio corpo e il mio sangue. Io, la Parola, semino la Parola. Avete visto quanti carismi, doni e semi porto per piantarli nelle vostre anime?

N: Come mai semini tutto ciò che ti capita?

S: Io sono buono verso la mia creazione. Ho fiducia in essa. Aspetto frutti da tutti affinché nessuno sia scusato (Gv 15,22). Io sono generoso: dono a tutti. La mia parola uscita dalla mia bocca non ritorna a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata (Is 55,11).

N: Semini anche una strada?

S: La strada indica una personalità presa da tante cose: non afferra il seme e così la mia parola resta in superficie. È schiacciata dalla gente e gli uccelli l’afferrano e volano via. La via è presuntuosa, altezzosa. La via non ha recinto che la protegga. Perciò voi che siete come la strada bisogna che vi applichiate con maggiore impegno a quelle cose che avete udito, per non andare fuori strada (Eb 2,1). Ma anche la strada può trasformarsi in una terra buona.

N: Sai, tu che sei esperto, che il terreno roccioso è impenetrabile e che il terriccio si trova solo in superficie?

S: Conosco molto bene il mio terreno, la mia creazione. Eppure incoraggio tutti. Una canna infranta non spezzerò, non spegnerò il lucignolo fumigante, finché abbia fatto trionfare la giustizia nel suo nome spereranno le genti (Mt 12,20-21). La vita spirituale va vissuta in profondità e il chicco di grano deve essere seppellito e morire prima di germogliare. È per questa ragione che questo tipo di terreno è ingannatore perché fa germogliare subito ma si tratta di un seme che in una notte è cresciuto e in una notte è perito (Gn 4,10). È ipocrita, ama mettersi in mostra. È un sentimentalista: ha l’aspetto della religiosità ma non la sua essenza. Compie riti in modo superficiale, è privo dell’autenticità spirituale. La Parola va infatti meditata in profondità e ruminata continuamente, come insegnano i Padri del deserto: “Conservo nel cuore le tue parole” (Sal 119,11). Resto in attesa che questa tipologia di persone lasci la sua superficialità e approfondisca la mia compagnia.

N: E le spine?

S: Le spine rappresentano l’uomo preso, preoccupato della povertà o della ricchezza, delle passioni o dei problemi. Si occupa di troppe cose e trascura la sola cosa di cui c'è bisogno (Lc 10:41). È diviso in se stesso, è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie (Giac 1,8), serve due padroni, segue la filosofia di questo tempo e cerca di fare compromessi tra il mondo e il Regno, vuole amare Dio e il mondo insieme. Questa persona è annichilita dalla tribolazione interiore (le spine) mentre il tipo precedente viene abbattuto da una tribolazione esterna rappresentata dal sole, malgrado il sole sia necessario, anzi essenziale, per crescere e fruttificare.

N: Signore, quando parli della buona terra, non si tratta forse di un solo seme e di una sola terra? Perché, dunque, produce frutti diversi?

S: È una buona terra perché il suo padrone vi ha già lavorato con grandi sforzi perché il Nemico non venisse a piantare zizzania. Il fatto che produca frutti di numero diverso dipende da ognuno di voi e da quanto ognuno risponda alla mia grazia e ai miei doni.

N: Come possiamo portare frutto?

S: Il fruttificare dipende da tante cose: 1. l’acqua, il giusto, infatti, è come albero piantato lungo corsi d’acqua che dà frutto a suo tempo (Sal 3,1); 2. il nutrimento, perché il nutrimento solido è per gli uomini fatti, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il buono dal cattivo (Eb 5,14), inoltre chi si nutre del mio corpo e del mio sangue, io dimoro in lui e lui in me: “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca”; 3. l’aria, e l’aria significa respirazione cioè inspirare ed espirare: inspirare è l’operazione positiva, vale a dire riempirsi di Spirito Santo, è la Risurrezione di Nostro Signore, è vestire l’uomo nuovo; espirare, invece, è l’operazione negativa, è il pentimento e la confessione dei nostri peccati, il rigetto dei mali, è la morte delle passioni del sé, è lo spogliarsi dell’uomo vecchio; 4. l’ascesi, crescere significa sforzarsi praticando l’ascesi cristiana che è comunione con lo Spirito Santo nell’opera di purificazione del cuore; chiedete dunque lo Spirito con insistenza perché vi venga dato come la pioggia d’autunno e la pioggia di primavera.

N: Chi sei Signore?

S: Sono Io, sono Gesù Cristo. Io sono il Seminatore, mio Padre è il Vignaiolo: “Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata” (Mt 15,14). Il Seminatore è anche lo Spirito Santo che fa crescere in voi molti frutti: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5,22). Lo Spirito Santo, come disse Abba Macario, è l’agricoltore dell’anima. Voi siete, infatti, il campo di Dio e l’opera dello Spirito Santo.

N: Me lo sentivo, Signore. Il mio cuore non ardeva forse in me mentre mi parlavi? Perché ci hai parlato con parabole?

S: Perché conosciate la verità attraverso esempi concreti a voi noti. Il Vangelo è parola di Dio ma scritta con parole d’uomo. La parabola è uno strumento illustrativo. Per esempio, per spiegare la paternità di Dio ho usato la parabola del figlio prodigo, per illustrare la salvezza ho usato la parabola dei debitori ecc. Se convivete con le parabole e la parola, in mezzo al vostro lavoro, esse vi ricorderanno le cose spirituali. Esiste infatti una relazione stretta tra mondo materiale e mondo spirituale. Inoltre, il racconto breve riesce a tenere viva l’attenzione della gente e, per essere capita, ha bisogno di sforzo perché ha un senso profondo nascosto e io vi ho dato di conoscere i misteri del regno dei cieli (“Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli” - Mt 13,11). Usate, dunque, questo dono prezioso perché così posso darvi comodo accesso al regno del Padre mio.

N: Grazie buon Maestro e buon Seminatore. Permettimi di offrirti questa piccola preghiera.

O esperto Agricoltore, Tu mi conosci più di quanto io conosca me stesso.

Tu conosci la mia superficialità e le mie cose nascoste. Volgi il Tuo sguardo a me e abbia compassione del mio stato. Tu conosci i miei abissi dove ancora si nasconde il male e l’aridità. Toglimi questo cuore di pietra e donami un cuore di carne.

Signore, Tu conosci che il mio cuore, dalla mia fanciullezza, propende verso il male e il mio uomo vecchio produce ogni giorno spine e cardi. Signore, Tu sai quanto sono diviso dentro di me. Dentro di me c’è una guerra intestina: il bene fa a lotta con molti mali. Donami l’unità del cuore. Aiutami con la Tua croce ad arare la mia terra e a bonificarla dalle spine.

Signore la via sono io, io sono una città sono senza recinto, senza santuario, senza protezione, sono calpestato dal demonio, dai pensieri e da tutto ciò che vuole penetrare nel mio cuore.

A me che altezzosamente mi allontano dal buon terreno dona la tua umiltà. Fa’ che le tue parole vivano dentro di me.

Mio Sovrano, ecco ti offro i miei frutti, ti offro la fatica delle tue mani in riconoscenza per ciò che operi in me. Questi frutti provengono da te e li offro a te. A faticare è stata la tua grazia che opera con me. Questo è il frutto dei tuoi talenti che Tu mi hai affidato. Questi frutti provengono da te, per mezzo di te e a te appartengono perché a Te appartengono tutte le cose. Signore di’ al tuo servo: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

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La Vergine Maria, il vero roveto ardente PDF Stampa
Mercoledì 30 Novembre 2011 18:10


PiVatos (Il roveto)

Nella Chiesa copta ortodossa la Madre di Dio Maria è paragonata al miracoloso roveto ardente che Mosè vide sul monte Sinai, specialmente nel mese copto mariano che si chiama "Kiahk" e coincide con l'Avvento.

Il miracolo del roveto ardente è raccontato in un capitolo dell'Esodo in cui si legge:

L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!» (Es 3,2-5)

Così come il roveto arse per la presenza in esso del fuoco divino, senza consumarsi, così, nonostante il grembo di Maria sia arso per aver contenuto il fuoco del Verbo consustanziale al Padre, pur tuttavia ella non si consumò.

In realtà, il roveto stesso dell'Antico Testamento era prefigurazione del miracolo dell'incarnazione del Verbo che avvenne nella pienezza del tempo.

Nell'icona copta qui sopra intitolata "Pi-Vatos" cioè "Il roveto" si vede Mosè scalzo con le mani stese che supplica la gloria di Dio discesa nel roveto sotto forma di fuoco. L'iconografo ha inserito all'interno del roveto l'immagine della beata Vergine Maria a indicare il fatto che il vero roveto è lei nella quale arse il fuoco della divinità del Figlio di Dio.

Nella Salmodia copta, sia quella annuale che quella del tempo di Avvento, la Vergine Maria è costantemente paragonata al roveto ardente visto da Mosè. Ecco alcuni brani tratti dalla Salmodia annuale nella quale si descrive mirabilmente questa miracolosa prefigurazione.

1. Tu sei il rovo visto da Mosè: era tra le fiamme, e non bruciava, colei nel cui seno è venuto il Figlio di Dio ed il fuoco della sua divinità non ha bruciato il tuo corpo (Theotokia del martedì)

2. Il rovo che vide Mosè nel deserto, col fuoco che vi ardeva, senza che se ne bruciassero i rami è il simbolo di Maria la Vergine senza macchia, nella quale il Verbo del Padre venne e s’incarnò; e il fuoco della sua divinità non bruciò il grembo della Vergine, che anche dopo averlo generato, continuò ad essere vergine (Theotokia del giovedì)

3. Di Dio, che non può essere visto da tutti i secoli, meritò di vedere la gloria Mosè sul Monte. Vide infatti il rovo in cui era il fuoco, senza che se ne bruciassero i rami, né se ne distruggessero le foglie. In verità nel fuoco acceso nel rovo, che non bruciava, vi era Iddio, ed egli stesso parlò al profeta: "O Mosè, o Mosè, o Mosè che io amo, io sono il Dio dei tuoi padri, e non ve n’è altro fuori di me. Sciogli i calzari dai tuoi piedi, poiché il luogo in cui stai è terra santa, o profeta".

Medita sul rovo in cui è il fuoco, senza che se ne brucino i rami, né se ne distruggano le foglie: esso è il simbolo di Maria, la Vergine immacolata, in cui venne e s’incarnò il Verbo del Padre. Per questo cantiamo col vergine Giovanni: «E’ santa questa sposa che fu ornata per l’Agnello» (Apoc 21,2-9).

Ave, o Vergine, veramente vera Regina, ave, o vanto della nostra stirpe: ci generasti l’Emmanuele. Ti chiediamo di ricordarci, o patrona fedele, al nostro Signore Gesù Cristo, affinché ci rimetta i nostri peccati (Lobsh Vatos sulla theotokia del giovedì).

 
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